Schwazer rilancia: «Penso a Tokyo 2020, ma prima voglio la verità su doping»

Schwazer rilancia: «Penso a Tokyo 2020, ma prima voglio la verità su doping»

«I Giochi di Tokyo? Ci penso, poco ma ci penso. Sono ancora un atleta integro ed efficiente, mi farebbe piacere tornare a marciare per chiudere la carriera in attività. Ma non è un’ossessione perché in questi anni ho avuto a che fare con la giustizia sportiva e non ne ho una buona impressione». Alex Schwazer torna a parlare, concedendo un’intervista ad “Ogni Mattina” su TV8, dopo le ultime novità emerse nel processo penale sulla seconda positività al doping. Il perito del giudice per le indagini preliminari ha sostenuto infatti che concentrazione del Dna riscontrata nelle urine di Schwazer non sarebbe fisiologica, facendo pensare di una falsificazione dei campioni. Insomma di un complotto contro Schwazer.

«Da parte nostra, anche se adesso le conclusioni del tribunale mi togliessero qualsiasi colpa, non vorremmo fare altri ricorsi alla giustizia sportiva perché non ne vediamo il senso. Se la Federazione, il Coni o altre istituzioni ci volessero aiutare potremmo pensarci, ma noi siamo realisti e non viviamo nell’illusione – sostiene Schwazer -. Da quando siamo tornati da Rio abbiamo deciso, con il mio avvocato e allenatore, di dare il massimo per dimostrare la mia innocenza. Abbiamo fatto un patto per andare fino alla fine, ma non mi aspettavo dopo quattro anni di essere ancora qui a discutere su questa storia. Attraverso gli esami del Ris tante cose sono emerse. All’inizio non avevamo quasi niente in mano ma io ho sempre saputo quello ho fatto, o meglio quello che non ho fatto. Ho vissuto per anni con questa macchia, cercando di guardare oltre, pensando alla mia innocenza. C’è assolutamente la necessità di andare fino in fondo in questa storia e ora siamo vicini alla verità».

Il campione olimpico della marcia non si dice stupito delle ultime rivelazioni del processo a suo carico. «Non capivo il silenzio assoluto mentre la Wada e il laboratorio di Colonia opponevano resistenza a inviare le provette richieste da un giudice in Italia. Non si trattava di prendere una parte, ma solo di collaborare con un tribunale, ma nessuno ha detto niente. Perché hanno colpito me? Non lo so, il primo passo è attestare la mia innocenza. Poi ci sono ulteriori cose su cui si può indagare. Ma primo di tutto io ho bisogno di avere nero su bianco la mia innocenza: questo è importante. Se non riuscirò a scoprire con una prova assoluta chi è stato riuscirò a vivere, ma non è giusto attribuirmi qualcosa che non ho fatto».


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