Martina Benedetti, l’intervista esclusiva all’infermiera simbolo della lotta al Covid-19

Martina Benedetti, l’intervista esclusiva all’infermiera simbolo della lotta al Covid-19

Martina Benedetti, giovane infermiera e scrittrice, si racconta in un’intervista senza filtri: i retroscena di questo duro anno di pandemia “in trincea”

Dal centro dell’inferno, gli ospedali, infermieri e medici sono diventati dei moderni “eroi” durante questo anno di pandemia causata dal Covid-19. Ma dietro queste figure c’è un vissuto doloroso ma anche  di grande speranza per il futuro: ecco cosa ci ha raccontato Martina Benedetti, diventata famosa grazie ad una foto simbolo della lotta al Covid!

Buongiorno Martina, tu sei un’infermiera diventata uno dei simboli della lotta al Covid-19 grazie ad una foto molto particolare e toccante. Com’è nata e come hai vissuto quel momento?

La foto risalente a marzo scorso, in realtà, non è stata scattata con l’intento di essere pubblicata nel mondo social ma per rendere partecipe mia madre delle condizioni in cui stavo lavorando.

Lei è una persona esterna al mondo sanitario ed io da fine febbraio 2020, dopo il caso del paziente 1 di Codogno, scelsi di interrompere ogni contatto diretto con i miei familiari per la grande paura di poter essere veicolo di contagio.

La foto è stata scattata il 10 marzo 2020, alla fine di un turno notturno massacrante, all’interno del reparto di terapia intensiva, dove tutt’ora lavoro.

In poche ore ci riempimmo di pazienti affetti da Sars-Cov2;  insufficienze respiratorie gravissime necessitanti di ventilatore meccanico ed assistenza intensiva. Riorganizzammo necessariamente gli spazi per aumentare l’organico dei posti letto. Lo sforzo e la flessibilità richieste furono immani.

Per la prima volta nella mia vita indossai, per dieci ore di fila, una tuta impermeabile, tre paia di guanti, calzari, visiera, occhiali protettivi e maschera. Le maschere FFP3, in quel periodo, erano veramente introvabili ed utilizzai quella che avevo per moltissime ore (nonostante le note del presidio esplicitassero un cambio ogni 4/5 ore) non vi era scelta alcuna.

L’alternativa, per me inconcepibile, sarebbe stata quella di ripiegare ma ringraziando lo spirito di abnegazione ed il coraggio dei colleghi Infermieri, medici, OSS ed al, non meno fondamentale supporto del personale delle pulizie riuscimmo a garantire standard assistenziali alti nonostante la precarietà che in quel momento ci circondava. Precarietà che si leggeva sui volti dei nostri pazienti, consapevoli che una volta addormentati avrebbero potuto non risvegliarsi mai più.

Tornando alla fine di quel turno di notte ricordo l’angoscia che iniziò ad assalirmi prepotente. Sentivo di non aver mai vissuto ne provato prima sensazioni simili e scattai quella foto prima di una lunga doccia rigenerante. Nella penombra della mia camera vuota scrissi poi un lungo pensiero riguardo ciò che avevo provato.

Mi sentivo annientata, annichilita, impotente e scrivere fu l’unico modo per stare meglio. Ricordo che non riuscii a chiudere occhio a causa del pensiero del turno che mi avrebbe aspettato il giorno successivo e da quel momento, oltre al Covid, anche l’insonnia entrò a far parte della mia quotidianità. Mentre l’ incubo continuava a prender forma ricordo che imperversavano notizie confuse, persone, più o meno famose continuavano a sottovalutare la situazione, tra le quali anche molti addetti ai lavori.

Decisi di postare il racconto di ciò che stava realmente accadendo in corsia allegando, in fine, anche quella foto destinata a mia madre, foto che invece fece il giro del mondo in poche ore.

Quello che volevo, in quel momento, era sensibilizzare, attraverso l’esperienza umana, riguardo ciò che stava accadendo realmente all’interno delle corsie. E che da fuori veniva spesso distorto.

Il post raggiunse in poche ore centinaia di migliaia di condivisioni riuscendo ad arrivare nelle case di molti italiani e non solo.

Mi contattarono anche dall’ estero. Parlai con BBC, TRT word … un giornalista di NBC, Keir Simmons, in collegamento Skype dall’America mi chiese di raccontargli ciò che stava succedendo. Impensabile che ci fosse scampo per l’America in un mondo globalizzato come il nostro ma molte persone straniere continuavano a pensare che i segni sopra i visi degli infermieri Italiani fossero frutto di Photoshop. La foto arrivo’ persino in Giappone ed in Corea, ancora non mi capacito di ciò.

Personalmente, mi reputo una semplice Infermiera di Terapia Intensiva. Mi sono trovata nella posizione di poter raccontare la mia esperienza e l’ho fatto senza troppi tecnicismi o retorica. Non mi sono mai voltata di fronte alla paura, spesso alle critiche o agli insulti ed ho sempre cercato di trasmettere,in modo empatico, il vissuto quotidiano all’interno degli ospedali blindati.

Ho preso molto seriamente questo ruolo sociale e l’affetto che è tornato indietro, di persone spesso sconosciute, è stato immenso. Quasi non ci ho creduto quando in autunno è arrivata la telefonata per la vincita del Premio Speciale Laurentum 2020.

Tu che eri “in trincea”, come hai vissuto questo anno di pandemia e come è cambiata la situazione attualmente?

La tua domanda fa nascere in me spontanea la riflessione su quanto molto spesso, dai media,  si sia stata paragonata la pandemia alla guerra.

Le corsie alla trincea, noi infermieri a soldati, il virus al nemico invisibile.

Mi chiedo se con un nemico in carne ed ossa ad oggi sarebbero ugualmente esistiti i “negazionisti”.  Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di abbattere la  “retorica degli eroi”. Personalmente non mi sono mai sentita tale.

Tuttavia, come già raccontai, da eroi ad essere chiamati assassini il passo è stato breve.

Il Virus oltre alle morti, all’aumento delle patologie psichiatriche e delle violenze domestiche ha creato anche una categoria di ‘nuovi mostri’ chiamati ‘negazionisti del Virus’ che hanno, spesso, iniziato a bersagliare gli operatori sanitari.

Già durante l’estate 2020 quando gli ingenui pensavano che il virus fosse scomparso ed il problema più grande, per molti, sembrava quello di riaprire le discoteche iniziai a ricevere i primi insulti dopo aver ribadito in un programma televisivo (su di una rete nazionale) in piena estate, di non abbassare la guardia e di perseverare con i comportamenti responsabili.

Da lì è iniziato un crescendo di offese che io stessa e molti colleghi abbiamo subito duramente. 

Ricordo i messaggi che leggevo sui miei canali social, il dovermi recare in questura per denunciare e descrissi questo mutamento dell’atteggiamento nei nostri riguardi ai microfoni degli amici Lunatici di Rai Radio due. Andrea Scanzi, su Scanzi live ha dedicato una puntata a questo fenomeno, tra l’altro difendendomi pubblicamente, lo ringrazio molto.

L’autunno/inverno 2020 non ci ha dato tregua , siamo tornati a lavorare a ritmi insostenibili, i ricoveri in aumento, le morti giornaliere.

Il clima interno appesantito dal clima esterno di diffidenza nei confronti della scienza.

È difficile descrivere l’impotenza e la frustrazione dei mesi dove seconda e terza ondata si sono sovrapposte.

Se devo pensare ad uno spiraglio di luce penso al giorno della mia vaccinazione ma ad oggi, luglio 2021, sarei ipocrita a dire che mi sento totalmente al sicuro per l’autunno.

Specialmente con quello che sta succedendo ultimamente nelle nostre piazze dove la tifoseria selvaggia pro Nazionale sembra non avere regole se non quelle della giungla.

Hai scritto un libro in collaborazione con Anna Vagli, che ha ottenuto importanti riconoscimenti: com’è nato quel progetto e che significato ha per te?

Parlando del libro “Non siamo Pronti- Lettere digitali dal fronte Covid19” lo definisco un “autocoscienza dell’anima”.

Scrivere per me è sempre stato un potentissimo mezzo per proiettare quello che ho dentro all’esterno ed anche in questo caso la mia corrispondenza epistolare con Anna lo è stato; un potente mezzo terapeutico.

Anna è una grande professionista ma in primis, per me, una vera amica e durante quel periodo siamo state l’una la spalla dell’altra.

Il rapporto con i pazienti, anche per il discorso vaccini, com’è cambiato nel tempo? Voi operatori sanitari venite ancora attaccati o criticati?

Il rapporto con i pazienti è sempre stata la motivazione più grande che mi ha spinto a recarmi a lavoro anche nei giorni in cui credevo di non farcela.

I pazienti sanno ciò che succede, si rendono conto dei tuoi sforzi e dei sacrifici.

È stato difficile, inizialmente, essere il loro unico tramite con il mondo esterno ed è stata estremamente dura perdere chi non c’è l’ha fatta.

Da parte dei pazienti non ricevi critiche perché sanno che tu vivi il calvario accanto ed assieme a loro. Ad attaccare o criticare sono proprio le persone senza un briciolo di empatia che non hanno mai vissuto situazioni di ospedalizzazione.

Fortunatamente, ad oggi, vedo che la maggior parte delle persone si rende conto dell’importanza de nostro lavoro.

Ovviamente le critiche non mancheranno mai ma le soddisfazioni riescono sempre a schiacciarle.

Quali progetti hai per il futuro?

Sicuramente è cambiato il mio modo di progettare il futuro, è difficile fare programmi a lungo termine. Intanto speriamo ad ottobre di non ritornare sotto una tuta Tyvek.

Ho sicuramente in programma l’uscita di nuovo libro, scritto nell’estate 2020 ma è una storia che avevo già in mente da molto ( il Covid non viene menzionato, si tratta di un romanzo).

Il fatto che non smetterò di scrivere posso dire che è una delle poche mie certezze.

Nel futuro dovremo imparare a convivere con una nuova normalità fatta di mascherine, gel alcolici e distanziamenti, riscoprire i luoghi aperti, il rispetto del prossimo e della natura, andare più lenti. 

Sarà  solo vivendo come ospiti e non come padroni dei nostri ecosistemi che sarà possibile evitare le prossime pandemie. Penso che questo tempo resterà impresso per sempre nella storia futura e personalmente, ad oggi, sento di dover ancora guarire del tutto dalle ferite che questo tempo  mi ha lasciato nell’anima.

Un grazie speciale a Martina Benedetti che con la sua preziosa testimonianza è riuscita a dare voce a tanti “eroi silenziosi” che durante questa emergenza mondiale si sono spesi, e ancora lo fanno, per la salute di tutti. A tutti loro vanno i nostri più sentiti ringraziamenti!

Alicia Saracino

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