Il ritorno di Parmitano: «Nello spazio ho imparato l’isolamento, ma qui è molto diverso»

Il ritorno di Parmitano: «Nello spazio ho imparato l’isolamento, ma qui è molto diverso»

«Mi chiedono consigli su come si faccia a vivere a lungo in un ambiente ristretto, ma è tutto così diverso. Per noi stare lassù è il culmine di un sogno». Luca Parmitano, il primo comandante italiano della Stazione orbitante internazionale, al rientro dallo spazio si è trovato immerso nella pandemia da Coronavirus, che fa assomigliare la quarantena all’isolamento di un astronauta. «Alla quarantena ci sottoponiamo prima di partire – racconta da Houston, dopo il ritorno sulla terra -. Almeno due settimane e mezzo di isolamento totale in un complesso residenziale a Baikonur, accanto al cosmodromo dove avviene il lancio, precedute da una settimana in cui ci chiedono di non incontrare nessuno oltre ai familiari. Ma neanche durante la quarantena stretta siamo soli. Ci sono i due equipaggi, quello principale e quello di emergenza, insieme agli istruttori e al personale di lancio. Annoiarsi è l’ultimo dei pericoli, con tante cose a cui pensare in vista della missione. E poi ci aspetta un regalo immenso, finalmente lo spazio».

Parmitano racconta anche i particolari della gestione di virus. «L’ambiente della Stazione è talmente ristretto che gli astronauti finiscono per condividere qualunque microrganismo. Per questo dobbiamo essere sicuri di stare bene al momento del lancio e sterilizziamo tutto a bordo una volta alla settimana. Gli esperimenti scientifici su cellule tumorali o su batteri, che rischierebbero di contaminare l’ambiente, sono sigillati. Li manovriamo dall’esterno con dei guanti». Sulla terra però c’è un’epidemia reale. «Questo non vuol dire che io ne abbia una paura irrazionale, perché mi fido della scienza, dei suoi consigli e so che esistono delle soluzioni, anche se sono complicate» dice Parmitano, dicendo di sentirsi «privilegiato perché sto bene, ho un lavoro e a casa posso recuperare il tanto tempo perduto nel rapporto con la mia famiglia. Non penso solo ai sei mesi di missione, ma anche agli anni di addestramento trascorsi lontano da loro. Le mie due figlie, una adolescente, l’altra preadolescente, cambiano quasi ogni giorno. Ho molto da fare per riscoprirle».


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